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“Signora, se qui non le piace ha solo da andarsene” ( o della teoria delle pizze sbagliate)

La teoria me la espose, anni fa, una collega, mentre piegavamo le camicie nel negozio di abiti usati in cui lavoravamo. Io odio piegare le camicie e sospetto di aver lasciato trapelare il mio aspro disappunto con qualche ruga di troppo sulla mia, allora bella, faccia da trentenne. “Io l’ho capito subito: tu sei una che ordina la pizza ai quattro formaggi e poi finisce per mangiarsi quella tonno e carciofini, solo perché il cameriere si è sbagliato a prendere l’ordinazione”.

 La ruga si fece aperto disgusto.La pizza tonno e carciofini rappresenta per me l’abisso dello squallore: una casa dalle pareti beige con fioriere ricolme di begonie gialle e arancioni, la radio che passa i Modà e sembra non aver capito una mazza di chi sei .. insomma quella roba lì. Tonno e carciofini. Naturalmente la mia collega ( where are you now, Glenda?) ci aveva preso in pieno. Non ricordo di aver mandato via un piatto sbagliato, nell’intera mia esistenza. Ho sempre sorriso e trangugiato, pensando che, in fondo, non ne valesse la pena. Così ora, che i 45 occhieggiano dalla soglia del nuovo anno, mi accorgo di aver trascorso buona parte di questi a farmi andare bene cose. Lodevole da parte mia, ma il pensiero che mi possano continuare ad arrivare le pizze sbagliate mi terrorizza. Così ho deciso e me ne sono venuta qui su Marte.  La temperatura lascia a desiderare ma come dicono gli scout “non esiste tempo cattivo ma solo cattivo equipaggiamento”. Mi attrezzerò, intanto vado a cercare dell’acqua. Seguitemi, se vi va.

( “Life  on Mars?”  è un brano musicale scritto dall’artista inglese David Bowie, pubblicato come 45 giri il 22 giugno 1973 ed inserito in uno degli  album più belli di tutti i tempi “Hunky Dory”)

quando muore un drago

Tanto, tanto tempo fa in un paese lontano…

No

qui, ora,

esiste un luogo dove i pensieri si perdono, risucchiati come acqua nel vortice del lavandino.

Ogni giorno ci rotola dentro un ricordo, non serve a nulla rincorrerli o cercare di tappare il buco con le mani.

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Mi stavi seduto sulla pancia, che era spropositatamente grande perché li dentro c’era acquattata Agata, in attesa di venire al mondo. Avevi il pelo morbido e arruffato di cucciolo  e appiccicati addosso tutti i miei desideri di bambina.

Avevi gli occhi buoni, come tutti  quelli che passano di qui.

Qui porgiamo il braccio a chi arranca  e teniamo la testa alta.

Non ci sono altre regole in questa casa.

Grazie per averne avuto cura fino ad ora, Drago.

Amanda

La terra tremò per alcuni istanti quando nacque Amanda, così nessuno si accorse del fatto che non emise un gemito, lasciandosi scivolare al mondo senza attirare grandi attenzioni. Per mamma, provata da 12 ore di travaglio, quella scossa fu un presagio di sventure e non si sbagliò  di molto.Amanda divenne una meravigliosa creatura, dotata di ogni bellezza, occhi grandi color cobalto e una pelle quasi traslucente dal pallore. Amanda non muoveva un muscolo nè era in grado di parlare, su questo i medici furono lapidari :”resterà un vegetale fino alla fine” .

Quando dovesse arrivare questa fine non era però chiaro e allora la vita come al solito si organizzò. Mamma lasciò il lavoro di maestra per starle accanto, passava ore a spazzolarle i capelli che voleva portasse lunghissimi, per lasciarli aperti come corolle sulle federe di lino. 

Mio fratello ed io passavamo a baciare Amanda ogni mattina prima di andare a scuola e ogni pomeriggio al nostro rientro. Fu a lei che raccontai il mio turbamento quella volta in cui Michele fermò il mio braccio  dietro il cortile della scuola e mi baciò in bocca, a lei leggeva il giornale papà tutte le sere, avendo cura di scegliere le poche notizie liete e per lei la mamma cuciva abiti da sera che mai avrebbe indossato.

Così, come voleva il suo nome, crebbe molto amata, come un’orchidea in un vaso di cristallo. 

Quando sentii il letto tremare questa notte già lo sapevo. La luna illuminava le lenzuola candide nella sua stanza, era sparita come un sogno all’alba e con lei gli abiti da ballo, 18 in tutto, uno per ogni anno che aveva trascorso su questa terra.

 

Cuor di coniglio

 ” Nascer conigli é una sventura, bambini miei” con queste parole ci metteva a letto tutti e 15 , ogni sera, la nostra mamma. Io che ero il più grande e coraggioso dei miei fratelli sospettavo che la mamma soffrisse di depressione post partum e cercavo di non farci caso. Strofinavo il mio muso contro il suo e mi sentivo in paradiso. Mia mamma era ancora una bella coniglia, con il pelo lucidissimo e folto. Aveva solo gli occhi stranamente velati, come se trattenesse un pianto infinto sotto le sue palpebre sottili.

Un giorno che me ne stavo stretto stretto a lei vennero a prenderci, vidi le mani ruvide del contadino calare nella gabbia e acciuffare i miei fratelli per le orecchie. Mi strinsi più che potei contro la mia mamma, ma lei si era girata con il muso schiacciato verso l’interno della gabbia e non trovai un varco per nascondermi.

Eravamo rimasti in sei, il nuovo contadino aveva un vocione sonoro e ci sistemò in fretta in una vecchia voliera, così la notte potevamo vedere il cielo stellato, che era una meraviglia. Ci dava erba in abbondanza e io cominciai ad abituarmi alla mia nuova vita.” Vedi mamma, ce la caviamo anche da soli” se solo i conigli sapessero scrivere, pensai, appoggiandomi con tutto il fianco, già diventato piuttosto abbondante, al lato arrugginito della struttura in ferro.

SBAM! Accidenti che spavento, la parete era venuta giù di schianto. io e miei fratelli ci ritrovammo improvvisamente liberi.

Uscimmo titubanti da quella che era stata fino ad allora la nostra casa e iniziammo ad esplorare la corte, strisciando lungo i muri come ratti. Il tonfo, bello forte, aveva richiamato l’attenzione del contadino che, portandosi dietro tutto uno stuolo di litanie, accorse in un amen..
Li prese tutti, lo vidi mentre me ne stavo acquattato con il cuore in gola sotto le foglie della zucca… ” …4,5 ne manca uno, ziu fa!” Lo sentii dire prima che rientrasse in casa, richiamato dallo squillo del telefono. Avevo le zampe paralizzate dal terrore ma sapevo che era arrivato il mio momento: ero venuto al mondo per quell’unico irripetibile istante. Saltai fuori dalle zucche, lanciandomi ad occhi chiusi verso il buco di scolo nel muro di confine con il vicino. l’odore dell’erba tagliata di fresco mi guidava … sbucai in un giardino verdissimo, cespugli di bacche scure, qualche fiore arancione , un’altalena in lontananza. “Ma allora è questo il paradiso!” . Fu il mio ultimo pensiero prima che un cane nero, piuttosto grasso,  mi addentasse con un morso secco al collo. Per alcuni istanti, a testa in giù, vidi ancora una casa gialla addobbata a festa e due bambini in bicicletta che urlavano “mamma, mamma vieni a vedere cosa ha preso Elisir oggi!”

( tratto da una storia vera)
https://lifeonmars.blog/2017/02/13/cuor-di-coniglio

Sorellanza

Tibetian mandala from colored sandAlla fine sono dovuta scendere da Marte. Cure odontoiatriche di una certa urgenza e sul pianeta rosso oltre all’acqua scarseggiano pure i bravi dentisti.
Così me ne sto stesa a gambe incrociate, con animo ovino, mentre mi trafficano in bocca. Un arnese mi tiene le fauci ben spalancate in una mostruosa risata, il naso è addormentato per effetto dell’anestesia e ogni tanto non posso fare a meno di toccarmi la punta, perché  lo sento lunghissimo e ho il timore che mi possa ricadere sul colletto della camicia. Sarebbe un bel momento per un selfie, penso, mentre l’assistente di poltrona entra urtando sonoramente contro lo stipite della porta. Mi scappa un sorriso che stende ulteriormente le mie labbra . Sento una fitta di dolore e mi ricompongo . Mi attendono ore di supplizio, il dentista continua a parlare, facendomi domande a cui rispondo, per cortesia, con strizzate modulate d’occhio, sperando che la smetta.  Il mio raggio visivo è limitato al faccione del medico, all’orologio da parete  e alle tende dagl’incongrui colori sgargianti. Ogni tanto vedo le mani dell’assistente che passano con incredibile goffaggine gli strumenti, chiamati, volta per volta, per nome, come studenti all’appello. Il dentista ripete anche il nome della donna, un paio di volte, un nome che rivela origini meridionali Onorina, Severina o qualcosa del genere. Lei si scusa quando le cade per la terza volta la curette. Il dentista non si scompone e solo allora decido di concentrami sulla signora -rina. Porta i capelli cortissimi, di un grigio sale e pepe piacevole ma che si abbina malissimo al colorito olivastro del suo viso. Non è bella ma tradisce una certa grazia mediorientale nei lineamenti da quarantenne. Ha uno sguardo spento e lontano che me la rende immediatamente simpatica. Lo scazzo… eh ti capisco, sorella, sei qui ad armeggiare con paste adesive e pazienti con l’alitosi, quando il tuo spirito è a ottomila kilometri di distanza, in India. Indosseresti una tunica vivace invece del camice verdino, ti immagino china in mezzo ad altri monaci a lasciar cadere, con mani particolarmente  ferme e lentezza ipnotica, minuscoli granelli di vetro colorato. Dall’alto, prima che venga spazzato via per sempre, mi accorgo che il mandala ricorda  straordinariamente i decori aranciati delle tende.
Torno nello studio per altre quattro volte. Una faccenda rognosa.
Cerco con lo sguardo la monaca, che non c’è. Al suo posto una ragazza più accurata, con il viso giovane e affranto sul quale non mi riesce proprio di ricamare vite alternative.
Ieri dopo la mia ultima seduta saluto con il mio sorriso nuovo di zecca il dentista e azzardo la domanda “che fine ha fatto la prima assistente?”
Il medico risponde a voce bassa
“non viene più”
Ecco, lo sapevo, l’India… bingo! Assumo un’aria trionfale, prima che lui, quasi in un sussurro, aggiunga
“quando l’hai vista è stata la sua ultima volta. Sbatteva dappertutto e non si teneva in piedi. Ha scoperto che le metastasi sono arrivate al cervello e non c’è più niente da fare per lei”.
Il mio sorriso in ceramica bianca resta una frazione di secondo in più del dovuto prima che l’informazione arrivi al mio, di cervello.
Scambio allora con l’ex ragazzo che ho davanti a me quello sguardo che dopo una certa età  ha un significato soltanto.
Saluto di nuovo, rapida.

Ce ne usciamo di scena così, sbattendo nelle porte, qualcuno soffia dall’alto e ci sparpagliamo in granelli colorati prima ancora che il disegno sia finito.
Metto la mano sulla maniglia e, con estrema attenzione, esco  dalla stanza .

Il mio anno in breve

Sulla base Terra è tempo di addobbare l’albero, scrivere letterine a generosi signori sovrappeso e azzardare bilanci sull’anno che sta finendo. Facebook ti dà la possibilità di rivederlo in breve, un po’ come se ti trovassi quasi in punto di morte e avessi diritto soltanto ad una visione ridotta della tua vita (che tanto poi ti salvi anche questa volta, lo sappiamo). Ti possono scorrere davanti le immagini che, a seconda del tuo senso del pudore, hai deciso di condividere con altri. Non ci provo neanche. Tanto già lo so: il 2016 resterà per me l’anno in cui morì Bowie. Prendo il pallottoliere e comincio a contare, sono quasi più di là che di qua, ormai. Metto via il pallottoliere. 

Ero sempre sola, la notte, a rientrare nell’ordinata periferia di Oxford, dove vivevano i docenti di serie B dei prestigiosi college del centro. Mi avevano sistemata in un sottotetto in cui la mattina si formava una fitta brina sui vetri. Tutto questo in pieno luglio, per un qualche fenomeno atmosferico tipicamente britannico che ancora oggi faccio fatica a spiegarmi. Per tornarci dalla fermata dell’autobus ci andavano 15 minuti, 10 a passo veloce con il walkman nelle orecchie e Cygnet committee a volumi indecorosi. Così ogni sera finiva con David che mi urlava nelle orecchie che voleva vivere.

Mi sono quasi sempre trovata d’accordo con lui, negli anni.

Tra un mese sarà il nostro compleanno, David, grazie di esserci (stato). 

should I stay or should I go?

La temperatura media su Marte varia da 14 gradi sotto zero durante l’estate marziana a -120 in inverno, con una media di 40 sotto zero. Il pianeta è sferzato, periodicamente, da forti venti che generano violente tempeste di sabbia, queste modificano notevolmente l’illuminazione diurna e l’irraggiamento solare; l’aria permane carica di polveri minutissime in sospensione, per intere settimane. 

Ground Control: dopo i risultati del referendum Salvini dichiara “siamo pronti a governare”.

Dai, mi fermo ancora un po’.

Questa è l’acqua (cit.)

Siamo al quarto giorno e la faccenda dell’acqua sta diventando critica. Il problema con le cose è che se si metti a cacciarle queste scappano come topi. Che sia l’acqua o la ricevuta della lavanderia. È giurato. Bisogna depistarle, coglierle alla sprovvista, cambiare prospettiva. Un esercizio davvero  consigliato è quello del fantasma malinconico. Accendi tutte le luci di casa e poi esci in giardino (metti la giacca che fa freddo!). Va bene anche il balcone, almeno credo, purché non sia troppo angusto. Devi guardarla da una giusta distanza, sennò non vale. Passa in rassegna le tue stanze o i minimi particolari di una sola: la pentola sul fuoco, la giacca appesa alla sedia, la ricevuta della lavanderia sotto il tavolo (eccola lì, disgraziato pezzo di carta). Nota la tua assenza dal quadro. Restaci, se puoi, un paio di minuti in più di quello che sembrerebbe ragionevole a te o ai tuoi vicini,  che si stanno già chiedendo che accidenti stai a fare fuori, in dicembre con le ciabatte, che hai pure smesso di fumare. Resta fino a quando la tua assenza ti sembrerà intollerabile e poi riprenditi tutto. L’acqua è sempre stata lì dove poggiavi distrattamente gli occhi.Bevi.