Mari del Sud

IMG_9366Fu d’improvviso, poco più che uno strappo, quando sentii il mio corpo coriaceo rimbalzare indietro di schianto.

Mi ero avvicinata all’isola alla ricerca di cibo, qualche raggio di sole filtrava ancora attraverso l’acqua  mossa dal vento che viene dal nord. Lo conoscevo bene quel vento che batteva la superficie del mare per giorni quando mi capitava di tornare in queste acque. Amavo i mulinelli che creava a ridosso della scogliera, portando con sé spuma bianca e piccolissimi pesci argentati.non lo vidi il luccichio dell’amo, con troppa cura l’aveva nascosto l’uomo che lasciava galleggiare le sue lenze per tutta la notte.spingevo le mie zampe con tutta la forza che avevo per liberarmene, più nuotavo più il dolore si faceva insopportabile. Ma io sapevo come attraversare le correnti dell’oceano, avevo visto acque di lapislazzuli e coralli iridescenti, pesci grandi come navi e relitti silenziosi in fondo agli abissi. Mi liberai salendo lenta sulla superficie.Dalla mia bocca lacerata si spandeva un liquido denso, portandosi via poco a poco le mie forze. Lasciavo che il mare mi trascinasse con sè, mentre la mia vista si faceva sempre più annebbiata. Un’onda mi sospinse verso l’alto e poi un’altra e un’altra ancora. Con un tonfo secco il mare mi depose sugli scogli, incastrata com’ero tra le pomici riuscivo a scorgere soltanto la linea dell’orizzonte diventata di fuoco. “Spingi, mi ripetevo, spingi” ma le mie zampe non sembravano più appartenermi…il mare si era fatto improvvisamente silenzioso e mi parve di scorgere un bagliore verde, un istante prima che il sole definitivamente si gettasse nell’acqua.

” papà vieni! Guarda cosa ho trovato!”
Un carapace di quasi un metro spuntava tra gli scogli, adagiato su un fianco come un gozzo spiaggiato.
” che puzza, vieni via di lì ” “dai prendiamolo, portiamolo a casa”
Si ritrovarono tutti e quattro a piedi nudi di fronte a quello che restava della tartaruga. Come rispondendo ad un severo direttore d’orchestra si zittirono, chiudendo tutti gli occhi  nello stesso istante. Dietro le loro palpebre molli videro acque di lapislazzuli e coralli iridescenti, pesci grandi come navi e relitti silenziosi in fondo agli abissi. In silenzio si allontanaro dalla scogliera, recuperando le loro cose prima di risalire in barca.

Ciò che appartiene alla terra torna alla terra e quello che è del mare deve essere lasciato al mare, per sempre.
Isola dei ratti – Carloforte 2017

quando muore un drago

Tanto, tanto tempo fa in un paese lontano…

No

qui, ora,

esiste un luogo dove i pensieri si perdono, risucchiati come acqua nel vortice del lavandino.

Ogni giorno ci rotola dentro un ricordo, non serve a nulla rincorrerli o cercare di tappare il buco con le mani.

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Mi stavi seduto sulla pancia, che era spropositatamente grande perché li dentro c’era acquattata Agata, in attesa di venire al mondo. Avevi il pelo morbido e arruffato di cucciolo  e appiccicati addosso tutti i miei desideri di bambina.

Avevi gli occhi buoni, come tutti  quelli che passano di qui.

Qui porgiamo il braccio a chi arranca  e teniamo la testa alta.

Non ci sono altre regole in questa casa.

Grazie per averne avuto cura fino ad ora, Drago.

Amanda

La terra tremò per alcuni istanti quando nacque Amanda, così nessuno si accorse del fatto che non emise un gemito, lasciandosi scivolare al mondo senza attirare grandi attenzioni. Per mamma, provata da 12 ore di travaglio, quella scossa fu un presagio di sventure e non si sbagliò  di molto.Amanda divenne una meravigliosa creatura, dotata di ogni bellezza, occhi grandi color cobalto e una pelle quasi traslucente dal pallore. Amanda non muoveva un muscolo nè era in grado di parlare, su questo i medici furono lapidari :”resterà un vegetale fino alla fine” .

Quando dovesse arrivare questa fine non era però chiaro e allora la vita come al solito si organizzò. Mamma lasciò il lavoro di maestra per starle accanto, passava ore a spazzolarle i capelli che voleva portasse lunghissimi, per lasciarli aperti come corolle sulle federe di lino. 

Mio fratello ed io passavamo a baciare Amanda ogni mattina prima di andare a scuola e ogni pomeriggio al nostro rientro. Fu a lei che raccontai il mio turbamento quella volta in cui Michele fermò il mio braccio  dietro il cortile della scuola e mi baciò in bocca, a lei leggeva il giornale papà tutte le sere, avendo cura di scegliere le poche notizie liete e per lei la mamma cuciva abiti da sera che mai avrebbe indossato.

Così, come voleva il suo nome, crebbe molto amata, come un’orchidea in un vaso di cristallo. 

Quando sentii il letto tremare questa notte già lo sapevo. La luna illuminava le lenzuola candide nella sua stanza, era sparita come un sogno all’alba e con lei gli abiti da ballo, 18 in tutto, uno per ogni anno che aveva trascorso su questa terra.

 

Cuor di coniglio

 ” Nascer conigli é una sventura, bambini miei” con queste parole ci metteva a letto tutti e 15 , ogni sera, la nostra mamma. Io che ero il più grande e coraggioso dei miei fratelli sospettavo che la mamma soffrisse di depressione post partum e cercavo di non farci caso. Strofinavo il mio muso contro il suo e mi sentivo in paradiso. Mia mamma era ancora una bella coniglia, con il pelo lucidissimo e folto. Aveva solo gli occhi stranamente velati, come se trattenesse un pianto infinto sotto le sue palpebre sottili.

Un giorno che me ne stavo stretto stretto a lei vennero a prenderci, vidi le mani ruvide del contadino calare nella gabbia e acciuffare i miei fratelli per le orecchie. Mi strinsi più che potei contro la mia mamma, ma lei si era girata con il muso schiacciato verso l’interno della gabbia e non trovai un varco per nascondermi.

Eravamo rimasti in sei, il nuovo contadino aveva un vocione sonoro e ci sistemò in fretta in una vecchia voliera, così la notte potevamo vedere il cielo stellato, che era una meraviglia. Ci dava erba in abbondanza e io cominciai ad abituarmi alla mia nuova vita.” Vedi mamma, ce la caviamo anche da soli” se solo i conigli sapessero scrivere, pensai, appoggiandomi con tutto il fianco, già diventato piuttosto abbondante, al lato arrugginito della struttura in ferro.

SBAM! Accidenti che spavento, la parete era venuta giù di schianto. io e miei fratelli ci ritrovammo improvvisamente liberi.

Uscimmo titubanti da quella che era stata fino ad allora la nostra casa e iniziammo ad esplorare la corte, strisciando lungo i muri come ratti. Il tonfo, bello forte, aveva richiamato l’attenzione del contadino che, portandosi dietro tutto uno stuolo di litanie, accorse in un amen..
Li prese tutti, lo vidi mentre me ne stavo acquattato con il cuore in gola sotto le foglie della zucca… ” …4,5 ne manca uno, ziu fa!” Lo sentii dire prima che rientrasse in casa, richiamato dallo squillo del telefono. Avevo le zampe paralizzate dal terrore ma sapevo che era arrivato il mio momento: ero venuto al mondo per quell’unico irripetibile istante. Saltai fuori dalle zucche, lanciandomi ad occhi chiusi verso il buco di scolo nel muro di confine con il vicino. l’odore dell’erba tagliata di fresco mi guidava … sbucai in un giardino verdissimo, cespugli di bacche scure, qualche fiore arancione , un’altalena in lontananza. “Ma allora è questo il paradiso!” . Fu il mio ultimo pensiero prima che un cane nero, piuttosto grasso,  mi addentasse con un morso secco al collo. Per alcuni istanti, a testa in giù, vidi ancora una casa gialla addobbata a festa e due bambini in bicicletta che urlavano “mamma, mamma vieni a vedere cosa ha preso Elisir oggi!”

( tratto da una storia vera)
https://lifeonmars.blog/2017/02/13/cuor-di-coniglio

Sorellanza

Tibetian mandala from colored sandAlla fine sono dovuta scendere da Marte. Cure odontoiatriche di una certa urgenza e sul pianeta rosso oltre all’acqua scarseggiano pure i bravi dentisti.
Così me ne sto stesa a gambe incrociate, con animo ovino, mentre mi trafficano in bocca. Un arnese mi tiene le fauci ben spalancate in una mostruosa risata, il naso è addormentato per effetto dell’anestesia e ogni tanto non posso fare a meno di toccarmi la punta, perché  lo sento lunghissimo e ho il timore che mi possa ricadere sul colletto della camicia. Sarebbe un bel momento per un selfie, penso, mentre l’assistente di poltrona entra urtando sonoramente contro lo stipite della porta. Mi scappa un sorriso che stende ulteriormente le mie labbra . Sento una fitta di dolore e mi ricompongo . Mi attendono ore di supplizio, il dentista continua a parlare, facendomi domande a cui rispondo, per cortesia, con strizzate modulate d’occhio, sperando che la smetta.  Il mio raggio visivo è limitato al faccione del medico, all’orologio da parete  e alle tende dagl’incongrui colori sgargianti. Ogni tanto vedo le mani dell’assistente che passano con incredibile goffaggine gli strumenti, chiamati, volta per volta, per nome, come studenti all’appello. Il dentista ripete anche il nome della donna, un paio di volte, un nome che rivela origini meridionali Onorina, Severina o qualcosa del genere. Lei si scusa quando le cade per la terza volta la curette. Il dentista non si scompone e solo allora decido di concentrami sulla signora -rina. Porta i capelli cortissimi, di un grigio sale e pepe piacevole ma che si abbina malissimo al colorito olivastro del suo viso. Non è bella ma tradisce una certa grazia mediorientale nei lineamenti da quarantenne. Ha uno sguardo spento e lontano che me la rende immediatamente simpatica. Lo scazzo… eh ti capisco, sorella, sei qui ad armeggiare con paste adesive e pazienti con l’alitosi, quando il tuo spirito è a ottomila kilometri di distanza, in India. Indosseresti una tunica vivace invece del camice verdino, ti immagino china in mezzo ad altri monaci a lasciar cadere, con mani particolarmente  ferme e lentezza ipnotica, minuscoli granelli di vetro colorato. Dall’alto, prima che venga spazzato via per sempre, mi accorgo che il mandala ricorda  straordinariamente i decori aranciati delle tende.
Torno nello studio per altre quattro volte. Una faccenda rognosa.
Cerco con lo sguardo la monaca, che non c’è. Al suo posto una ragazza più accurata, con il viso giovane e affranto sul quale non mi riesce proprio di ricamare vite alternative.
Ieri dopo la mia ultima seduta saluto con il mio sorriso nuovo di zecca il dentista e azzardo la domanda “che fine ha fatto la prima assistente?”
Il medico risponde a voce bassa
“non viene più”
Ecco, lo sapevo, l’India… bingo! Assumo un’aria trionfale, prima che lui, quasi in un sussurro, aggiunga
“quando l’hai vista è stata la sua ultima volta. Sbatteva dappertutto e non si teneva in piedi. Ha scoperto che le metastasi sono arrivate al cervello e non c’è più niente da fare per lei”.
Il mio sorriso in ceramica bianca resta una frazione di secondo in più del dovuto prima che l’informazione arrivi al mio, di cervello.
Scambio allora con l’ex ragazzo che ho davanti a me quello sguardo che dopo una certa età  ha un significato soltanto.
Saluto di nuovo, rapida.

Ce ne usciamo di scena così, sbattendo nelle porte, qualcuno soffia dall’alto e ci sparpagliamo in granelli colorati prima ancora che il disegno sia finito.
Metto la mano sulla maniglia e, con estrema attenzione, esco  dalla stanza .

Il mio anno in breve

Sulla base Terra è tempo di addobbare l’albero, scrivere letterine a generosi signori sovrappeso e azzardare bilanci sull’anno che sta finendo. Facebook ti dà la possibilità di rivederlo in breve, un po’ come se ti trovassi quasi in punto di morte e avessi diritto soltanto ad una visione ridotta della tua vita (che tanto poi ti salvi anche questa volta, lo sappiamo). Ti possono scorrere davanti le immagini che, a seconda del tuo senso del pudore, hai deciso di condividere con altri. Non ci provo neanche. Tanto già lo so: il 2016 resterà per me l’anno in cui morì Bowie. Prendo il pallottoliere e comincio a contare, sono quasi più di là che di qua, ormai. Metto via il pallottoliere. 

Ero sempre sola, la notte, a rientrare nell’ordinata periferia di Oxford, dove vivevano i docenti di serie B dei prestigiosi college del centro. Mi avevano sistemata in un sottotetto in cui la mattina si formava una fitta brina sui vetri. Tutto questo in pieno luglio, per un qualche fenomeno atmosferico tipicamente britannico che ancora oggi faccio fatica a spiegarmi. Per tornarci dalla fermata dell’autobus ci andavano 15 minuti, 10 a passo veloce con il walkman nelle orecchie e Cygnet committee a volumi indecorosi. Così ogni sera finiva con David che mi urlava nelle orecchie che voleva vivere.

Mi sono quasi sempre trovata d’accordo con lui, negli anni.

Tra un mese sarà il nostro compleanno, David, grazie di esserci (stato). 

should I stay or should I go?

La temperatura media su Marte varia da 14 gradi sotto zero durante l’estate marziana a -120 in inverno, con una media di 40 sotto zero. Il pianeta è sferzato, periodicamente, da forti venti che generano violente tempeste di sabbia, queste modificano notevolmente l’illuminazione diurna e l’irraggiamento solare; l’aria permane carica di polveri minutissime in sospensione, per intere settimane. 

Ground Control: dopo i risultati del referendum Salvini dichiara “siamo pronti a governare”.

Dai, mi fermo ancora un po’.